04 settembre 2010, Palalottomatica (Roma)

Quando vai ad un concerto con diciassette anni di ritardo le aspettative dovrebbero essere alte. E invece questa volta no.
Perchè vai a un concerto di ciò che rimane del tuo sogno e ciò che rimane è proprio quello che il sogno in qualche modo l’ha rovinato.
Axl e le sue Pistole si presentano a Roma facendosi anticipare dalle notizie  bottigliate prese a Dublino, quindi  mi sono emozionato partendo, ma non ho fatto che ripetermi che dovevo essere pronto al peggio..
La gente fuori dal Palaeur (scusate, sono della vecchia scuola) non è molta; credevo ci fossero solo mei coetanei, 30/35, magari ancora metallari ma con la pelatina (si, fà parecchia tristezza). E invece con mio grande stupore trovo ragazzetti e ragazzette (la metallara moderna vince, ndr), tutti mascherati ben benino da rokkettari anni 80. La mia Lei mi dice che probabilmente hanno la mia stessa passione per il vintage, visto che quelli che vado a sentire io spesso sono sulla settantina o più. Mpf, santa donna.
Comunque entriamo, i cancelli aprono con un’ora di ritardo, lo prendo come un primo nefasto segnale. Il nostro posto è al primo anello fronte palco, sicuramente il posto migliore, se esiste un “posto migliore” all’interno del Palaeur; il peggior posto che mente umana possa concepire per fare musica, infatti non è stato concepito per questo e non dovrebbero farcene: i suoni non sono nitidi, i bassi si confondono, il riverbero anzichè dare spazio al suono lo ricompatta e lo confonde con se stesso. Una vera tragedia.
Il gruppo spalla ancora sta provando i suoni al nostro ingresso, ma alle 20.30 comincia puntuale a proporre la sua squallida manfrina. Non ho intenzione di dilungarmi ulteriormente su quei pagliacci, ma dico solo una cosa per farvi rendere conto di cosa è stata quell’ora straziante: il momento più trasgressivo è stato quando il vocalist (dopo aver osannato “sex drug, rock and roll”, wow che botta di adrenalina) ha tirato fuori un ombrello nero con su scritto “FUCK” ed ha iniziato a camminare sul palco facendolo roteare tipo “gocce di napoleon su di me”. Giuro!!!
Sparite queste tristezze fatte persona dal palco abbiamo aspettato.
Cinque minuti. Dieci minuti. Un quarto d’ora, mezz’ora, alle 22.15 è iniziato il primo sacrosanto, colorito e poco elegante coro a sottolineare la fragilità dello spirito e di alcuni tratti della carne dello pseudometallaro medio degli anni ’90.
Un’ora lunghissima, durante la quale è volata anche qualche bottiglia di birra (a proposito, per fortuna mi avevano tolto il tappo di plastica all’ingresso, altrimenti con un lancio avrei buttato giù il palco) e ho temuto che i miei sessantanove//00 eurini fossero andati in fumo.
Però alle 22.30 si spengono le luci.
Boato.
Il primo pezzo, manco a dirlo, è “Chinese Democracy”. La carica c’è le stecche di Axl anche, ma non mi preoccupano. Dai tempi di Parigi il roscio stecca sempre un pò sulle prime. Mi sembra di capire (ancora grazie, palaeur) che utilizzi anche dei filtri per la voce; si dà una mano, và.
Poi piano piano cresce, “Welcome To The Jungle” “It’s So Easy” “Mr. Brownstone” quasi tutte d’un fiato fanno veramente rimpiangere i vecchi tempi e dicono chiaramente una cosa: se Slash c’è ancora, pure Axl non scherza. E infatti “Sorry” scorre benissimo e la voce ora convince. La prima sezione di concerto diverte, la band è unita e la musica è buona. La scaletta continua ricordando a tutti che Axl non era solo la voce, ma anche colui che ha dato ai guns quella spettacolarità che li ha resi indimenticabili. Fuochi d’artificio, fiamme alte tre metri giochi di luci e schermi giganti. Così si arriva al primo solo.
Un tizio che avevo etichettato subito come “la terza chitarra” e che fino a quel momento si era fatto notare solo per la palese incapacità di reggere l’effetto di droghe e/o alcool, sale sul posto che una volta era di Slash e inizia il suo solo. Che dire, il ragazzo (Richard Fortus) non tira solo plettri (ha inondato la platea con almeno una quarantina di lanci), ci sa anche fare, eccome.
Ancora un paio di pezzi nuovi e vecchi tra cui “You could be mine”, il secondo dei soli quattro pezzi di Use Your Illusion I e II, una nuova pausa, il solo di Dizzy “fuckin’” Reed (altro reduce?) e poi si arriva al dunque: DJ ASBHA.
Ora…
A parte il cappello e la Les Paul, a parte il Marshallone, a parte i glissati, a parte tutto; DJ Ashba non è Slash, ma ne è un buon allievo. E’ bravo, intonato e regge il palco. Solo che ne fa sentire una nostalgia infinita. Ho quasi pianto per la dolorosa, improvvisa, inattesa ma per fortuna inavvenuta dipartita di Slash quando ha attaccato “Sweet child o’mine”, a conclusione del solo, nel quale per fortuna ci ha evitato il bluesone e ”Il Padrino”.
Entra il piano per Axl mentre Fortus e Ron Thal (il terzo chitarrista, ma
non la “terza chitarra”) giocano sulle note di “Another Brick in the Wall” il tempo di pensare che non la stanno facendo davvero e Axl ne canta il ritornello trascinando i 9000 nostalgici come me. Poi suonicchia un pò il piano. Il metallaro medio non sa cosa sia quell’oggetto di legno con tanti tastini bianchi e neri, quindi su quegli arpeggi fatti a tre dita scatta qualche applauso… e poi “November Rain”. Qua i tre si dividono i soli in maniera matematica; Asbha, Fortus e Bumblefoot (Thal) li rieseguono in maniera quasi maniacale e confermano che non si poteva fare niente di meglio di quello che ha fatto Slash.
Su “Knockin’ On Heaven’s Door” mi aspettavo mani libere dei chitarristi, che invece continuano a rimanere nel solco tracciato pesantemente da Slash. Chiassà che non siano ordini superiori, mi vien da pensare.
Altra pausa per Axl. Incuriosito dai consigli di accordo e da qualche video su youtube, il solo di Bumblefoot è il momento che aspetto di più per passare dalla nostalgia all’interesse. Elabora il tema della pantera rosa in maniera molto divertente e sfoggia una tecnica veramente eccezionale. L’uso del ditale amplia le possibilità sonore e arricchisce la sua lirica. Veramente bravo, ma non so quanto possa durare nella formazione, se le linee guida rimarranno “suona come Slash”.
Un pezzo nuovo, altri due vecchi, bis, e finalone con “Paradise City” nella goduria generale.
Luci accese, tutti felici e contenti per lo scampato pericolo dell’annullamento del concerto.
Che dire… era già evidente dal primo ascolto di Chinese Democracy, ma ora l’ho visto con i miei occhi: i Guns n’ Roses, i MIEI Guns n’ Roses, non ci sono più. Però Axl, nonostante la panzetta e il suo look da cavallaro vestito a festa, la pettinatura e la bandana a nascondere la stempiatura, c’è ancora e urla bene.
DJ Asba, Fortus e Bumblefoot sono degli ottimi professionisti, forse DJ è un pò troppo calato nella parte, ma gli si può perdonare; ci vuole fegato a caricarsi sulle spalle un’eredità che dal vivo neanche in tre (con tutta la bravura, competenza e professionalità che si vuole) si riesce a rimpiazzare.
Io continuo a sperare di nascosto in un nuovo incontro con Slash, ancora non sono in età da pensione e chissà che non riescano a ricreare qualcosa di interessante.
P.S.
Ah… bassista, batterista e synt bravi ma fondamentalmente non pervenuti.
Mi scuso con i fan di questi, ma non con loro.
P.P.S.
anche su accordo.it
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