Penso che sia opportuno scrivere qualcosa per fissare nella mente questa “Versione di Barney”, un libro che mi ha permesso di conoscere una persona talmente brutta e cattiva che mi è entrata nel cuore e nella testa per la sua dolcezza e bontà, facendo leva su un cinismo e un’autoironia che già dalle prime pagine mi hanno tramutato in un fedele compagno di bevute. E che mi ha fatto lasciare al bar un amico che ora, dopo avermi detto tutto quello che doveva, è ancora lì appoggiato al bancone, con un montecristo acceso e quattro dita di Cardhu davanti.

Ho comprato questo libro solo per simpatia nei confronti di Christian Rocca, giornalista de “Il Foglio” e blogger. Va detto che se mi fossi informato di più e avessi scoperto che era piaciuto parecchio a Ferrara, probabilmente mi sarei perso questo gioiellino, agendo inconsapevolmente “alla Barney”, con impulsiva superficialità.

E’ una delle ultime opere di Mordecai Richler, pubblicata nel 1997, per me disponibile con la traduzione di Matteo Cordignola nella sua seconda edizione per i tipi dell’Adelphi (qui ci vorrebbe un ironico ammicco per dire ‘visto quanto sono professionale?!’, ma mica lo so rendere bene).

Si tratta di una sorta di lunga memoria difensiva scritta da Barney Panofksy, produttore televisivo accusato di omicidio, sulla quale vengono aggiunte da parte del figlio delle note di approfondimento o correzione a riferimenti temporali; note che all’apparenza risultano inutili e puntigliose, che non danno nè tolgono nulla valore al racconto, ma che risultano importanti nel complesso della narrazione. Non aggiungo altre formalità perchè sarebbe un mal replicare contenuti che possono essere trovati dappertutto, visto il successo del romanzo; consiglio le molte recensioni in giro soprattutto quelle “contro”.

Lo stato dei luoghi viene presentato dal protagonista come il risultato di quanto vissuto grazie a tre tipologie di donna che distruggerebbero la vita di ogni uomo: Clara, la Seconda Signora Panofsky, Miriam. Tre donne per tre parti.

Clara. E’ una donna inafferrabile e spaventosa, è la farfalla leggiadra capace di trasformarsi in arpia in qualsiasi momento. E’ un soggetto da evitare perchè pericoloso per se e per gli altri. Proprio per questo è però occasione meravigliosa per capire Barney. Anche quando Clara lo umilia profondamente, lui non manca di essere lì, a evidenziare con la sua presenza la profonda esigenza di questa donna ad avere un appiglio in un mondo intriso di arte, ma profondamente triste e confuso.

La seconda donna della vita di Barney è l’odiosa, superficiale, ingombrante e non a caso mai chiamata per nome, Seconda Signora Panovsky. Non nego di aver fatto ricorso alla “lettura a colonne” in alcuni passaggi per digerire questo strano personaggio. Mi è piaciuto pensare che Richler volesse proprio questo: il fastidio provato da Barney nei confronti della sua seconda moglie coinvolge e fa schierare dalla sua parte. Emblematiche le tre asfissianti pagine di telefonata dal viaggio di nozze di Parigi tra la ricca ereditiera e sua madre. La Seconda Signora Panovsky è l’involontaria causa di tutti i guai del momento vissuto da Barney. E’ causa dell’accusa di omicidio per la scomparsa del suo migliore amico, Boogie, così come dell’innamoramento per la terza, definitiva e vera donna: Miriam.

E’ lei che lo spiazza, lo travolge, lo coinvolge, lo trasforma e lo rimette in sesto.

Parlando di lei Barney esprime una delle pagine più intense di tutta la sua versione:

“La mattina se c’ero io, Miriam prima di colazione andava a farsi un bagno, e nuotava fino alla spiaggia più lontana. Quanto a me, rimanevo seduto sotto il portico con i bambini e una tazza di caffè, a godermi le sue bracciate eleganti, specie quando la riportavano verso riva, verso casa. Poi le andavo incontro sulla spiaggia con un accappatoio e l’asciugavo, indugiando su luoghi accessibili solo all’esimio Barney Panofsky. Ma adesso in acqua c’era anche Blair, che, se possibile, nuotava anche meglio di lei, e una volta raggiunta la riva opposta si arrampicava sulla roccia più alta per tuffarsi non di pancia, à la Panofsky, ma senza neanche uno spruzzo.”

La narrazione è godibilissima, scorre velocemente tra momenti di comicità e apprensione, leggerezza e attenzione. Non sono riuscito a comprendere pienamente la satira che tanto ha fatto arrabbiare ebrei e non all’estero, ma penso abbia a che fare con il mio essere un Italiano piccolo piccolo.

La postfazione dell’autore delle note, Micheal Panofsky, non aggiunge nulla a quanto espresso da Barney in prima persona, ma grazie ad essa Barney si colloca nel tempo in maniera tangibile e si fissa nella nostra memoria. La mia unica perplessità è sulla conclusione (non rivelo nulla, figuriamoci): la narrazione di Michael in poche frasi passa dalla precisa ed oggettiva descrizione di fatti avvenuti, all’io-narrante che esterna il proprio pensiero definitivo nel “Cazzo, cazzo e cazzo” finale.

Se mi avessero consigliato questo libro in maniera entusiasta, probabilmente ne sarei rimasto deluso.

Si prova una repulsione iniziale nei confronti del narratore e del suo mondo. Non si capisce subito dove voglia arrivare Barney, e la concentrazione del lettore è messa alla prova dal ricorso frequente a termini yiddish, per il quale Cordignola [il traduttore, ndr] inserisce un utilissimo glossario finale.

Mi sono trovato a immaginarlo con la faccia di Sergio Caputo, viste le ambientazioni dei suoi pezzi. Barney è estremamente colto, arrogante, romantico, fortunato, a tratti insopportabile e buffo, col suo patetico “vizietto” del tip-tap.
Mi sono trovato a comprendere e amare la sua versione dei fatti e la sua visione delle cose; a voler essere dalla sua parte anche quando indifendibile.

Barney non sarebbe assolutamente interessato a farvi conoscere la sua versione; problemi vostri la rinuncia.

C’è anche qualcosa sul rapporto tra la mediocrità per molti e l’arte per pochi, ma non ricordo dove e come.

E la minestra si tira su col mestolo.

Barney sarebbe d’accordo con me.

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