E’ tutto assurdo finché non ci sei dentro.
Poi capita che una storia così ti coinvolge direttamente o indirettamente, allora cambia il punto di vista. Sparisce l’indifferenza, l’incredulità, l’ironia.
Perché semplicemente accade che rapporti virtuali crescano di intensità, pian piano, parola dopo parola, frase dopo frase. E alla fine ti ritrovi così, quasi impazzito per “qualcosa” di irreale, un sentimento inconsistente per qualcuno che non conosci affatto, al quale hai dato vita tu costruendolo pezzo dopo pezzo, con parole, fantasia e insoddisfazione.
Che tu sia per me il coltello
In “Che tu sia per me il coltello” c’è questo.
Tutto nasce da un rischio sciocco, da un tentativo impetuoso, da una voglia irrefrenabile di “vedere se”, da un approccio goffo e rischioso; da queste cose nasce una storia d’amore importante, travolgente, coltivata da una latente e leggera follia di un uomo, Yair, che si lascia trasportare dalle proprie parole in maniera spaventosa fino a perdere quasi contatto con la realtà.
Myriam, la meravigliosa donna, ha ritmi più lenti, posati. Si scopre lentamente rendendo leggere le eccentricità di quell’uomo di cui non può non innamorarsi, mostrandogli però una vita in cui c’è ben poco spazio per la follia. E’ aggrappata alla concretezza di quell’amore nato per caso, ma desiderato da sempre. E’ lei a renderlo vivo, poetico, puro. Le sue pagine (“Miriam, mia adorata Miriam”, avrebbe detto un mio vecchio amico!) sono quelle più struggenti.
E’ lei che dice che in fondo non fanno male a nessuno, usano solo parole.
Ma poi si rende conto che le parole non bastano più perché “Non si può guarire solo con le parole. Ammalarsi sì. Probabilmente non è molto difficile. Ma consolare? Far vivere? Per questo occorre vedere gli occhi di fronte a sé…“.

I personaggi vengono costruiti pian piano, lettera dopo lettera. Si comprendono dal modo in cui si scrivono, dai fatti che si raccontano, dalle parole che scelgono. Non avevo mai letto (mi pare…) un romanzo epistolare, ma devo dire che a parte la fatica iniziale, dovuta forse alla non eccessiva simpatia nei confronti di Yair (lo confesso), non è stata una lettura difficoltosa, come invece mi era stato anticipato da molti.
Si dice che Grossman non sia poi così male, quindi possibile che sia stato bravo lui… 😀

Insomma.
Un libro struggente, coinvolgente, a tratti inquitante, ma che merita quattro stelle.
E belle piene…

P.S.
Da non perdere la recensione di chi me ne ha consigliato la lettura, qua.

Annunci