“Ci sono momenti, nella vita, che andrebbero fissati, protetti dal tempo, e non solo affidati, per esempio, a questo vangelo o alla pittura o, più recentemente, alla fotografia, al cinema, al video, sarebbe importante che coloro che li hanno vissuti o fatti vivere potessero restare presenti in eterno agli occhi dei posteri e che a noi, oggi, fosse possibile andare fino a Gerusalemme per vedere coi nostri occhi questo ragazzino, Gesù, figlio di Giuseppe, avvolto nella sua povera coperta, mentre fissa le case di Gerusalemme e rende grazie al Signore perché neppure questa volta ha perduto l’anima. Essendo ancora all’inizio della vita, ha solo tredici anni, c’è da supporre che il futuro gli abbia riservato ore più allegre o più tristi di questa, più felici o più sventurate, più amene o più tragiche, ma noi sceglieremmo questo istante, la città addormentata, il sole immobile, la luce intangibile, un ragazzino che guarda le case avvolto in una coperta e con una bisaccia ai piedi, e tutto il mondo, vicino e lontano, sospeso, in attesa. Non è possibile, si è già mosso, l’istante è arrivato ed è passato, il tempo ci porta fin dove s’inventa una memoria, era così oppure no, è tutto come noi diremo che è stato.”

Ci ho messo un po’ a decidermi di leggere questo vangelo.
Ci ho messo un po’ perchè avevo paura che accadesse con Saramago quello che già mi è accaduto con altri autori: me ne sono innamorato con una tale velocità che poi è stato inevitabile iniziare ad esserne quasi annoiato, infastidito. De Luca, Baricco, ma prima ancora King, Lovercraft…
E poi il titolo, che si porta dietro quella carica di preoccupazione nei confronti di un tema impegnativo, che mi è anche non poco caro. Si, perchè a parte la chiesa, la religione, il dogma, in pratica le “sovrastrutture”, mi sento molto legato alla “persona Gesù”.

Quindi iniziando a leggere sono rimasto aggrappato a questo senso di “preoccupazione” per il risvolto politico che poteva avere la lettura nel rapporto tra me e Saramago. So che parlare così di un libro non sarebbe da persona normale, o almeno equilibrata, ma tant’è…
Insomma, poi sono arrivato alla pagina che ho citato all’inizio.
L’ho letta, l’ho riletta, l’ho riletta ancora. “Il tempo ci porta fin dove s’inventa una memoria, era così oppure no, è tutto come noi diremo che è stato“.
Illuminante.
Si, perchè per i fedeli questa frase è la dimostrazione che Saramago parla di Cristo senza avere la più pallida idea del ruolo dello Spirito Santo (d’altra parte mai citato), per i non fedeli lo riporta al ruolo di puro romanziere, lo allontana da quelle responsabilità che il titolo e l’argomento si portano dietro.

E non è nemmeno un romanzo del tutto serio.
Ci sono dei tratti in cui l’ironia sfiora la comicità. I personaggi vengono tutti disegnati nella loro estrema umanità; non solo Gesù, Maria e Giuseppe. Anche gli angeli, il diavolo il padreterno, si arrabbiano, ridono e fanno confusione mentre parlano. I primi perchè storditi dalla visione parziale del ruolo che ricoprono nella loro storia, i secondi inevitabilmente disorientati dalla consapevolezza della storia universale. Un dialogo tra Maria e l’angelo (Saramago fa dare il vero annuncio a Maria quando Gesù è già un uomo) è degno di Giobbe Covatta:

“Sappi, o Maria, che il Signore ha mischiato il Suo seme con quello di Giuseppe nella mattina in cui concepisti per la prima volta e che, di conseguenza, è dal Suo seme, cioè da quello del Signore, e non dal germine di tuo marito, benché legittimo, che è stato generato tuo figlio Gesù. Maria rimase sbigottita dalla notizia, la cui sostanza, per fortuna, non andò perduta nella confusa formulazione dell’angelo, e gli domandò, Allora Gesù è figlio mio e del Signore, Donna, quale mancanza di educazione, devi prestare attenzione alle gerarchie, alle priorità, del Signore e mio dovresti dire, Del Signore e tuo, No, del Signore e tuo, Non mi confondere le idee, rispondi a quello che ti ho chiesto, se Gesù è figlio, Be’, figlio, per ciò che significa figlio, è solo del Signore, e tu, all’occorrenza, sei stata solo una madre portatrice, Allora il Signore non mi ha prescelto, Macché, il Signore passava di lì per caso, chiunque stesse guardando lo avrebbe capito dal colore del cielo, ma notò che tu e Giuseppe eravate sani e robusti, e allora, se ancora ti ricordi come si manifestano questi bisogni, gli venne la voglia, e il risultato, nove mesi dopo, fu Gesù”.

E poi c’è Gesù.
Straordinario nella sua ostinazione a non voler accettare il suo ruolo, tanto che alla fine [SPOILER] quel dettaglio dell’iscrizione sulla croce “INRI”, diventa la sua rivalsa nei confronti di quel padre (eterno) che nel suo caso se ne frega del libero arbitrio e lo condanna a divinità.
Gesù è un semiDio così innocente da stupirsi e vergognarsi e sentirsi in colpa per le sue prime pulsioni erotiche, che però asseconda nel momento in diviene consapevole di aver trovato la donna della sua vita, Maria Maddalena. E’ nel modo in cui viene costruito il loro rapporto che si percepisce qualcosa di divino, fuori dall’umana comprensione. I due sono consapevoli fin da subito di quello che li aspetta e decidono di affrontare la loro condanna insieme.
Le pagine più dolci di questo vangelo sono dedicate a loro. Non alla madre, non al padre (terreno), non ai fratelli, non ai guariti, non ai discepoli.
Ma a loro come coppia.

“Casualmente il tempo era come le rose appena colte, fresco e profumato, e le strade pulite e amene come se un gruppo di angeli andasse in avanscoperta spruzzando il cammino di rugiada, per poi spazzarlo con scope di alloro e mirto. Gesù e Maria di Magdala viaggiarono in incognito, non pernottando mai nei caravanserragli, evitando di unirsi alle carovane, dov’era maggiore il rischio di incontrare qualcuno che lo riconoscesse. Non che Gesù stesse trascurando i propri doveri, e del resto la puntigliosa sorveglianza di Dio non glielo avrebbe consentito, ma sembrava che il Signore in persona avesse deciso di concedergli alcuni giorni di ferie, giacché strada facendo non c’erano né lebbrosi a implorare le sue cure né posseduti a respingerle, e i paesi che attraversavano si deliziavano bucolicamente nella pace del Signore, come se, per virtù propria, si fossero avviati sulla via del pentimento.
Dormivano dove capitava, senza badare ad altro conforto che non fosse il grembo dell’altro, e spesso avendo per tetto solo il firmamento, quell’immenso occhio nero di Dio punteggiato di quelle luci che sono il riflesso lasciato dagli sguardi degli uomini che hanno contemplato il cielo, generazione dopo generazione, interrogando il silenzio e ascoltando l’unica risposta che esso dà. In seguito, quando sarà sola al mondo, Maria di Magdala cercherà di ricordare questi giorni e queste notti, e ogni volta sarà costretta a una lotta immane per difendere la memoria dagli assalti del dolore e dell’amarezza, come se stesse proteggendo un’isola d’amore dagli attacchi di un mare in tempesta e dei suoi mostri. Quel tempo ormai non è lontano, ma guardando la terra e il cielo non si distinguono i segnali dell’avvicinamento, proprio come un uccello che vola nello spazio aperto e non si accorge del rapido falco che, con gli artigli protesi, si abbatte come un sasso. Gesù e Maria di Magdala cantano durante il cammino, e i viandanti, che non li conoscono, dicono, Gente felice, e per il momento non c’è verità più vera.”

Non un capolavoro, ma un libro bellissimo.
Un Saramago un pò più leggero, a diespetto del tema. L’ho immaginato a scrivere divertito, consapevole del fatto che avrebbe potuto vantarsi di una scomunica non appena le sue parole sarebbero arrivate al primo occhio ecclesiastico.

E io anche in questa lettura ho avuto mille dubbi se veramente potevo capire tutto quello che c’era dietro le parole. Un pò come la sensazione di prendere in mano una chitarra da diecimila euro con la paura di riuscire a dire solamente “si, suona bene”.

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