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Sto leggendo questo libro da un paio di settimane.
Ho letto di Hornby “Alta Fedeltà”, un regalo ricevuto da una cara amica dopo un paio di mesi dalla mia operazione alla testa.
Ricordo che mi regalò anche un’agendina nera ed una penna bianca, la dedica era “vediamo se ora hai capito che un libro nero nella vita serve sempre”.
Mai usata.

Dopo l’operazione, per un pò di tempo,  mentre leggevo andavo spesso in completa confusione e non capivo se stavo immaginando o leggendo. Non so se poi mi sono abituato o se non succede più davvero. Come ora, ad esempio. Dicevo?…

In quel periodo come esercizio lessi il terzo libro del signore degli anelli (Il ritorno del re?), facendo riassunti ogni tre pagine. Ma ora non ricordo un’emerita cippa di quel libro, quindi forse non è stato un esercizio efficace.

La lettura di “alta fedeltà” è stata quasi immediatamente successiva al Ritorno del Re e forse è per questo che pensare personalmente ad Hornby evoca in me una sensazione di confusione. L’ho sempre immaginato caratterialmente somigliante Hugh Grant (sicuramente complice Notting Hill, film di merda) insomma un tipo un po’ così, a un passo dall’essere considerato chimicamente distratto.

In ogni caso con “Febbre a 90” sono in ritardo di una ventina di anni, lo so, ma ho deciso ora di leggerlo e mi piace. Mi piace il fatto che sdogana anche il mio essere tifoso. Diciamolo: non ci capisco niente di pallone, valutazione che vale per la maggior parte dei tifosi, solo che juventini, interisti e milanisti non lo dicono. Loro si atteggiano sempre a supereroi che hanno respirato l’aria del calcio che conta (…).

Non ho mai giocato a pallone e quando da ragazzino i miei genitori mi iscrissero ad una scuola calcio, l’unica cosa che riuscii ad imparare fu la tecnica per arrampicarmi sulla rete di porta e sedermi soddisfatto sulla traversa mentre gli altri giocavano; infatti poi optarono per la ginnastica artistica (non è una battuta).
Però quando vedo quelle maglie giallorosse su un prato… e no, non dico niente di questo. Me ne vergogno un po’ e so che qualsiasi altro tifoso non giallorosso tenderebbe a sminuire, quindi lasciamo perdere. La roma è la mia intimità.

Il libro, però.
Il libro è pieno di cose che non conosco. Ho rosicato un pochino a veder scritto davanti ai miei occhi “Juventus” (mentalmente ho letto Rubentus, giuro), ma poi ho rabbrividito nel capitolo in cui racconta dell’Heysel, il mio primo ricordo vivo in quello che racconta partita per partita Hornby. Avevo nove anni nell’ottantacinque e ricordo un terribile e definitivo “stronzi” pronunciato da mio padre di fronte ad una scritta che rimase per anni vicino casa mia, diceva “GRAZIE LIVERPOOL!”. In realtà l’avevano scritta i juventini un anno prima in occasione della finale di coppa campioni persa dalla Roma, ma lui non se ne era mai accorto.

Belle le pagine più ironiche (forse), quelle in cui parla dei riti pre-partita o dei pensieri cattivi nei confronti della fidanzata che si sta innamorando del calcio e che quindi un futuro potrebbe volerlo lasciare a casa con un ipotetico figlio, costringendolo ad una drastica riduzione di presenze allo stadio. Belle le pagine in cui parla del senso di gelosia nei confronti dei sentimenti negativi dei post partita.

Ma purtroppo le pagine che sento più mie sono quelle in cui prevalgono la rassegnazione e la rabbia nei confronti del fato, che ci ha assegnato una fede calcistica verso una squadra che condannata a non essere mai protagonista.

 

Solo che in questo Hornby è un po’ ingiusto, visto che l’Arsenal la sua bella bacheca ce l’ha eccome.
Noi no.
Noi sulla bacheca abbiamo una sciarpa con su scritto “mai ‘nà gioia“.

      nessuna persona, in nessun luogo al mondo dovrebbe astenersi dal sognare di volere cambiare il mondo affinché diventi un pianeta migliore

N. Mandela

io

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