You are currently browsing the category archive for the ‘la Musicanza’ category.

Ieri ho visto un pò di Sanremo.
Mi hanno fregato anche quest’anno, c’è Papaeleo.

Celentano mi annoia.
Mi annoiano gli argomenti, mi annoia il monologo, mi annoia la scenografia, le canzoni, i balletti, i copioni dimenticati, le pause.
E mi annoia il fatto che possa auspicare la chiusura dei giornali che non gli piacciono, il fatto che possa dare del deficiente ad un giornalista che non gli è simpatico, mi annoia l’esercito di pecoroni che si mette in piedi ad applaudire quando lui dice che il popolo è costituzionalmente sovrano, mentre fino a ieri hanno votato Berlusconi.
Il tutto condito dalla rivelazione che moriremo tutti e andremo in paradiso, viva Gesù.

Io non vedevo un film su retequattro da una quindicina d’anni.
Ieri c’era “Ray”, chissà stasera che fanno…

cinquant’anni…

però per me lui è congelato qua dentro:

Suite per chitarra sola

Ascolto preliminare: Capricho Arabe

Ne ho completato la lettura da quattro giorni, ma ancora ne accarezzo le pagine, le coccolo. Stendo la mano sul libro come a proteggere il calore delle parole. Tocco il bordo tagliente della copertina con i polpastrelli della mano sinistra, quelli con i calli sempre un pò spellati. Forse somigliano a quelli di Glenn Kurtz, ma non abbiamo altro in comune.

Non sono un chitarrista, io.

Mi dico “musicante” per una sorta di pudore che mi accompagna da sempre.
Il mio maestro corresse la seconda di copertina del mio Carcassi (25 studi melodici progressivi, op.60), facendo una barra con la matita e scrivendo “chitarrista” dove avevo scritto il mio nome seguito da ” – chitarra”. Diventai rosso, tornato a casa cancellai tutta la scritta e lui mi prese in giro per mesi.

Sono un di quelli che gioca e non studia, uno di quelli che Kurtz definisce “impostori”.

Però quando la sera torno a casa, se la vita e la testa me lo permettono, prendo la mia chitarra. La guardo, le tolgo un pò di polvere tra la buca e il ponticello (è come la “lanetta” sotto al letto! ma come cacchio fa a formarsi ogni giorno???), l’accarezzo, l’accordo, arpeggio un mi maggiore. Poi premo le corde con le dita, senza farle vibrare, senza produrre alcun suono. Sento la punta delle mie dita che finalmente fanno posto alle corde. Finalmente. Le mani provano la stessa sensazione che si prova quando la sera, tornando esausti a casa, ci si lascia cadere sul divano o sul letto. Finalmente. Ecco il mio posto, ecco la mia posizione, non volevo altro.

In questo libro ci sono anche momenti così. Intimi e profondi.
Racconta la storia di un artista che attraverso la musica del suo strumento mette in discussione il suo essere, fino ad arrivare a negarlo e a lasciarlo inespresso, piuttosto che cedere a compromessi.
E intanto parla di chitarre e di chitarristi, di musica e di musicisti, di quelli famosi e di quelli non famosi, della loro voglia di emergere, di quella sorta di “invidia” caratterizza i chitarristi nel momento in cui vedono qualcuno, chiunque, imbracciare una seicorde.

Racconta della fatica di amare e vivere per uno strumento. Della concentrazione, dell’ostinazione, del senso di abnegazione e della fatica necessarie per poter affrontare una giornata a lavorare su uno strumento. Un lavoro duro e pesante che spesso, molto e troppo, non è affatto retribuito.

E poi parla del ricominciare, della fatica di tenere a bada i sogni, del sapersi accontentare, dell’importanza di imparare ad aspettare e comprendere. Parla della musica che è tale, è pura, solo quando è suonata per qualcuno; aggiungendo però che quel tipo di musica finisce. Compie il suo dovere nei confronti di chi l’ascolta e di chi la suona e solo in quel momento trova la sua piena realizzazione, quindi la sua naturale conclusione.

Quando invece si studia, ci si esercita, quando con fatica si ripete trenta o quaranta volte la stessa battuta con ostinazione mista alla voglia di perfezione, quando ci si educa a diventare una cosa sola col proprio strumento, la musica non trova fine perchè è in divenire continuo. Ecco come si spiegano le nuove sensazioni provate nel ripetere all’infinito anche gli studi fatti da principiante. Col rischio poi che le tue sorelle cantino a memoria gli studi di Aguado, per dire…

Insomma, la storia di un uomo e di una chitarra, della Chitarra classica e di parte della sua musica. Ben scritta e anche arricchita da due preziosissime appendici con i consigli per l’ascolto, la lettura e lo studio (non è MAI troppo tardi per imparare a suonare uno strumento musicale!).

Un libro assolutamente da leggere, che apprezzerete soprattutto se, ma qua dovete essere sinceri, siete rimasti ad ascoltare Torlontano (il chitarrista che suona il Capricho Arabe della premessa) in silenzio, dalla prima all’ultima nota, viaggiando chissà verso dove e con chi…

materiale” utile per la lettura:
Joaquín Rodrigo: “Invocacion y Danza” – Alirio Diaz
Villa Lobos: studio nr. 1 in MimAndrés Segovia
Julio Sagreras : “El colibrì” – John Williams
J.S. Bach – ciacconaAndrés Segovia
John Wiliams: “Cavatina” – John Williams
Scott Joplin: “Weeping Willow” – Giovanni De Chiaro
Micheal Tippet: “The blue guitar” (3 mov. Trasforming, Juggling, Dreaming) – Giacomo Fiore [???]

 

P.S.
ehmmm… sapete quanti chitarristi servono per cambiare una lampadina? 251!
Uno cambia la lampadina e altri 250 fanno facce strane dicendo “io lo facevo meglio…”.
😀

E lo so bene che con tutto quello che accade è veramente improponibile ‘stà cosa, però che devo fare…
A me dispiace veramente tanto. Ecco, l’ho detto.

Avrebbe fatto chissà che grandi cose.
Però niente, invece no.

Dateci parole poco chiare quelle che gli italiani non amano capire
Basta romanzi d’amore, ritornelli spiegazioni, interpretazioni facili
Ma teorie complesse e oscure, lingue lontane servono.
Pochi significati, titoli, ideogrammi, insegne, inglese, americano slang.
Senza studiare
senza fiatare
basta intuire che è anche troppo
Colpo d’occhio è quello che ci vuole
uno sguardo rapido.

Il nostro suono, il nostro suono è un battito.

Parole incomprensibili siano le benvenute così affascinanti
così consolanti… Non è nemmeno umiliante non capirle anzi così riposante
Dopo tanto teatro
dopo tante guerre
dopo tanti libri
dopo tanto cammino
dopo tante bugie
dopo tanto amore
dopo tanti secoli

Mai più canzoni in italiano greco slavo
poca letteratura, brevi racconti al massimo,
scrittori intraducibili, relazioni elementari, poeti ermetici.
Tv irreversibile, con accenti diversi con accenti diversi, esotici.

Ora davvero basta con la trasparenza
voglio una cultura davvero sottostante
davvero inapparente
e soprattutto per sempre.
Voglio essere ricordato nella prossima era
come un glaciale geroglifico
come un bassorilievo
come un graffito inesplicabile perché del tutto inutile.

Dateci le parole poco chiare quelle che gli italiani non amano capire,
costruiremo una nuova cultura rapida ed estetica

E il pensiero sarà un colore,
il colore sarà un suono,
il nostro suono un battito

Vorrei tenere salva, per me, la capacità di avere dei pensieri non solo corretti, ma anche completi“.
E oggi è così. E’ andata…

In the wee, wee hours
That's when I think of you
In the wee, wee hours
That's when I think of you
You say, but yet I wonder
If your love was ever true

In a wee little room
I sit alone and think of you
In a wee little room
I sit alone and think of you
I wonder if you still remember
All the things we used to do

One little song
For a fading memory
One little song
For a fading memory
Of the one I really love
The only one for me

Questo non è molto conosciuto… è un bluesetto “smielato” e poi l’autore non è nemmeno così simpatico come vuole far credere. Però che ne so… ogni volta che lo ascolto rimango imbambolato di fronte una scena familiare.

Un ragazzetto, quattordici anni al massimo, magrissimo e con taaaanti capelli. E’ senza scarpe, ha un paio di boxer e una t-shirt col logo GN’R. Deve essere appena finita la scuola perchè nonostante l’abbigliamento palesemente estivo ha la carnagione chiarissima; è evidente la scarsa permanenza al sole. Siede a gambe incrociate su un divano rosso di pelle, davanti a lui un televisore trasmette immagini prese da una VHS ormai troppo usurata. C’è Chuck Berry, quello di “Johnny B. Goode”, che presenta il suo pezzo facendo salire un ospite sul palco. Chiama Clapton “man of the blues”, quasi a sottolineare il suo non essere “blues-man”. Lui arriva imbracciando una L5, stranamente sorride. Con il suo incontenibile calore umano saluta il pubblico con un gesto e spostando addirittura il plettro sulla sinistra.
Parte il turn-around “tadada-tadada-tadada-tà tutùttummm”.

Il pischello ancora non sa che dopo tre anni la Castiglia che ha in mano gli verrà rubata da un maledetto. E’ una classica di terza categoria, per lui una Les Paul del ’56.

Aspetta ad occhi chiusi che finisca il turn-around, perchè poi c’è quella pausa brevissima che contiene tutto. E’ un attimo che fa sognare, respirare, fa sentire la puzza di zolfo dei diavoli blu che si avvicinano…

E lui una cosa sola sa fare su quelle corde di budello: una posizione pentatonica.
L’attacca e inizia a sognare quelle ore piccole piccole in quelle piccole piccole stanze…

la versione originale per gli intenditori:
youtube.com/watch?v=RQYB7Cvu-pE

Ieri serata acustica.
Ne rimane il sonno di questa mattina, i complimenti del localaro, l’ovvia incazzatura col gruppo, il sorriso della mia sorellina e una dolcissima scoperta:


Acerbo, ma ci piace, ci piace…

      nessuna persona, in nessun luogo al mondo dovrebbe astenersi dal sognare di volere cambiare il mondo affinché diventi un pianeta migliore

N. Mandela

io

mi[dot]cantino[at]gmail.com

giugno: 2017
L M M G V S D
« Mag    
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
2627282930